Una boccata di ossigeno a pieni polmoni per la Rai. Il trenta per cento di share fatto da «I Medici» arriva con una cop roduzione originale. Nell’industria dell’audiovisivo (con qualche limitata eccezione), infatti, la novità paga. Un’innovazione significativa se confrontata con le consuetudini nazionali in materia di sceneggiati e telefilm, e che proietta la Rai nel pieno di quel filone di cultura pop (in termini visuali e di story telling) che si è fatta mainstream. Perché questa fiction di Rai Uno (che è il quartier generale di Don Matteo e il canale tv ispirato al codice stilistico-contenutistico della rassicurazione del pubblico) è, in tutto e per tutto, un calco della «nuova serialità» a stelle e strisce – certo, meno avanguardistica delle sue punte più avanzate e declinata comunque con una certa attenzione per gli «equilibri» della prima serata di casa nostra. L’altra sera la rete ammi raglia del nazionalpopolare ha dunque programmato un prodotto narrativo assolutamente contemporaneo, ed è apparsa in ottima sintonia con i gusti di una platea (anche) giovanile che ha scelto di fermarsi, in maniera in consueta, davanti al piccolo schermo. Difatti, i creatori della serie – Frank Spotnitz e Nicholas Meyer – sono americani (il primo vanta nel suo cv anche l’essere stato uno dei produttori di X-Files), e uno dei protagonisti, Richard Madden nelle vesti di Cosimo, viene direttamente da «Games of Thrones», la cui estetica e fotografia ha influito in maniera rilevante sulla realizzazione de «I Medici». Così come quella di alcuni episodi, ambientati nel Rinascimento italiano, del videogioco -saga Assassin’s Creed. Insomma, un metaracconto degli italianissimi Medici dalla filosofia narratologica e visiva made in Usa. Le serie statunitensi rappresentano la versione postmoderna del romanzo d’appendice (come ha scritto Aldo Grasso). E la traiettoria della casata fiorentina costituisce di per sé stessa un travolgente fogliettone, perché la storia veritiera delle signorie e dinastie italiane – si pensi anche a un altro serial come «I Borgia» (andato in onda su La7 e Sky Atlantic) – supera di slancio (anzi, annichila) la fantasia degli sceneggiatori di «House of Cards» in quanto a trame e lotta ferina per il potere. A spie ga re il trionfo di pubblico – le buone spiegazioni devono necessariamente cercare di essere multi fattoriali – c’è poi la location (tempo rale e geog rafica). Firenze, che è un pezzo dell’immaginario globalizzato (sfondo, di recente, anche del film « In ferno» tratto da Dan Brown), e che in quanto italiani consideriamo orgogliosamente come un biglietto da visita della nostra identità nel mondo. Quella Firenze che il presidente del Consiglio Matteo Renzi sfoggia in ogni occasione quale strumento di soft power; e che, all ‘epoca del Rinascimento, identificava una delle fucine dell’inn ovazione (e di una «nu ova e conomia») della storia dell ‘Occidente, capace di fornire con la sua arte, le sue banche, le sue invenzioni tecniche (e politiche), come di cono alcuni storici, un contributo essenziale alla prima ondata di globalizzazione. Insomma, un autentico «miracolo italiano», tanto da meritare – come esigono i format seriali odierni, e come ha annunciato ieri il direttore generale della Rai Antonio Campo Dall’Orto – una narrazione sulla lunga durata con un sequel in altre due serie della storia de «I Medici».