«Volevo raccontare la famiglia, il nucleo da cui fuggiamo e dove torniamo, dove tutto comincia», racconta Francesca Archibugi, mentre accende una sigaretta elettronica. Gambe lunghe sottili, il cerchietto nei capelli che ferma il tempo, è rimasta una ragazza. La regista di Mignon è partita, Il grande cocomero, Questione di cuore, a 13 anni dall’unica miniserie girata per il piccolo schermo, Renzo e Lucia, per Canale 5, rilettura dei Promessi sposi, ha diretto una serie in sei puntate, ‘Romanzo famigliare’, in onda in autunno su Rai1. Insieme a Elena Bucaccio ha scritto una storia al femminile, in cui si confrontano una madre, Vittoria Puccini, ragazza di famiglia super, i Liegi, che ha avuto la figlia a sedici anni e la figlia (Fotinì Peluso) che alla stessa età scopre di essere incinta. Intorno ai loro conflitti e all’amore sconfinato che le lega: un padre roccioso (Guido Caprino), un nonno in fluente (Giancarlo Giannini), una città, Livorno. E il destino che scombina i piani a tradimento.

Francesca, da cosa è partita per raccontare questo romanzo famigliare? «Dal legame tra una madre e una figlia. La madre ha abbandonato una famiglia ebrea molto ricca, è rimasta incinta giovanissima, suo padre, uomo di potere abituato a risolvere i problemi, ha denunciato il compagno di lei, militare di carriera sempre in giro per l’Italia. Crescono sole, finché lui non torna a Livorno, all’Accademia navale. Livorno la amo per i film di Paolo Virzì e secondo me è una città inesplorata».

L’idea era quella di costruire una saga?

«Con Elena Bucaccio abbiamo fatto una scelta bizzarra rispetto alla saga tipica, non abbiamo seguito le generazioni: sono raccontate insieme. La storia è scandita dalla gravidanza e dalle ecografie: ogni mese è diverso dal precedente».

È difficile raccontare la famiglia?

«Sì. L’assenza di famiglia è la più grande infelicità della terra. Siamo costretti a stare insieme e a soffrire, una delle maledizioni lanciate sulla culla. La famiglia è il centro di qualsiasi narrazione classica, perché all’interno puoi scegliere tante storie, è un contenitore».

Cosa pensa dell’amicizia tra madre e figlia?

«È un legame intenso con livelli di confidenza differenti, si può arrivare a un’intimità, ma si resta sempre dentro una bolla che resta misteriosa. Il rapporto tra una madre e una figlia lo è, porta qualcosa di te da una parte e dall’altra. È il mistero del parto, come se imparassi a scrivere in cirillico».

Dopo tanto cinema, questa serie segna il suo ritorno in tv.

«Lo sento come un debutto, Renzo e Lucia era un film in due parti. Il direttore di RaiFiction Tinny Andreatta e il produttore Lorenzo Mieli mi hanno messo in condizione di fare televisione nel modo migliore, nella più completa libertà. Nessuna censura o raccomandazione».

Molti registi dicono che girare per il cinema o per la tv sia la stessa cosa.

«Sono una neofita, ma fare televisione non è fare cinema. Devi imparare a costruire una narrazione che ha le sue regole. Sarebbe superficiale dire: “È tutto uguale”. Non lo è. Ti rivolgi a un pubblico grande. Ci abbiamo messo due anni a scrivere.

Mi sono andata a rileggere Balzac e Dickens, scrivevano a puntate in modo pop: sono andata a rivedere come chiudevano i capitoli».

Quali serie le piacciono?

«Amo la serialità inglese, Downton Abbey è un capolavoro. Ho trovato bellissimi The young Pope e The night of ».

A cosa teneva in particolare?

«Al rapporto con gli attori. Per chi racconta storie come me, è fondamentale. Fotinì è un talento, Vittoria Puccini è stata bravissima. Il suo è un ruolo complesso, è una donna in bilico, nevrotica, con i difetti tipici da razza padrona. È viziata, sbadata, e la figlia la salva. Ho pensato a Vittoria mentre scrivevo, l’ho resa più normale e più bella, ha girato senza trucco. Caprino è un comandante perfetto, ha curato ogni dettaglio, anche la camminata. Giannini è il più grande attore italiano, pieno di fascino, ironia e sarcasmo».

Lei ha tre figli, che madre è?

«Ho sempre cercato di proteggerli e lasciarli liberi. Sono stata tantissimo con loro, chi fa il mio lavoro passa molto tempo a casa a scrivere. Poi parto per girare ma è come se andassi in ospedale, è l’eccezione. Come figlia appartengo a una famiglia esplosissima, il concetto di famiglia non c’era, ho tanti fratelli e fratellastri. Papà ha avuto tante fidanzate e tante mogli, mia mamma l’ho persa che ero giovane».

“Romanzo famigliare” offre più domande o più risposte?

«Sicuramente lascia più interrogativi, ci possiamo riconoscere sia per assimilazione che per contrasto, vorrei che gli spettatori s’interrogassero sulla propria vita: cos’è diventata e cosa si può fare? Abbiamo una cartuccia a disposizione».

Tra madre e figlia da che parte sta?

«Dalla parte di tutte e due, sbagliano ma i conflitti tengono vivi i rapporti».

Si sarà chiesta perché i matrimoni dei nostri nonni duravano una vita…

«Non anelavano all’intimità, come noi. Cercare di non essere soli ti obbliga a uno squartamento. Ricorda l’incipit di Anna Karenina? “Tutte le famiglie felici si somigliano; ogni famiglia infelice è invece disgraziata a modo suo”. Mi permetto di dire che non sono d’accordo con Tolstoj. Per me ogni famiglia è felice a modo proprio, non c’è regola, tutto sta nella capacità d’instaurare rapporti profondi. Non esiste una grande felicità dove non ci sia stata infelicità. A stare bene con legami tenui sono capaci tutti».

Fonte: La Repubblica