Torna ad accendersi il dibattito, tecnico e giuridico sulla progettabilità del format tv. A breve sarà costituita una Commissione speciale, presso la Direzione generale biblioteche e istituti culturali del MiBact, con il compito di tirare le fila ad un confronto che va avanti da anni. «Un format non è un idea: non basta un’idea, seppur originale, perché la stessa possa assurgere a format e l’idea in quanto tale non è tutelabile. Oggetto di tutela non è la scelta dell’avvenimento o del tema in sé, ma l’elaborazione che sulla base ed in relazione ad esso l’autore compie rappresentandola ed esprimendola organicamente» spiega Stefano Longhini, responsabile contenzioso broadcasting Mediaset. È ancora consuetudine che vengano intraprese azioni palesemente strumentali a seguito dell’emissione di nuovi anche solo per aver avuto idee vagamente simili, spesso assolutamente in stato embrionale e perlopiù nemmeno originali e creative. «A mio avviso occorre ricomprendere il format tra le opere tutelate dalla legge sul diritto d’autore e la stessa dovrebbe indicare gli elementi essenziali del format, poi trasposti nel programma televisivo. La verità è che di nuovo e originale c’è, ma c’è poco: Il Grande Fratello è stato uno, poi ci sono state tutte le successive derivazioni, le isole, le fattorie, i viaggi; ci sono i talent di ballo, di canto con canzoni di adulti, di bambini, con sedie che si girano: tutti format qualora ben sviluppati, ma certo non tutti plagi gli uni degli altri, sennò, si proteggerebbe il genere e questo, non si può e non si deve fare» conclude Longhini. Per Leonardo Pasquinelli, amministratore delegato di Magnolia, i produttori indipendenti che lavorano nel settore dell’intrattenimento leggero, investono costantemente in ricerca e sviluppo con team più o meno ampi di addetti, con contratti di esclusiva con creativi, con la realizzazione di pilot o video di presentazione, con strutture interne dedicate alla distribuzione. «La grande difficoltà – oltre a trovare le idee giuste – sta nell’avere con i broadcaster una relazione tale da garantire il mantenimento della proprietà intellettuale e del format/brevetto, per poterlo utilizzare sui diversi territori e sulle piattaforme alternative, valorizzando gli investimenti e dotando le nostre società di assett tangibili, che creino reale valore per le società stesse. Serve una svolta netta, di tipo politico: abbiamo bisogno di incentivi, non economici. Credo per esempio che nel contratto di sevizio pubblico la Rai debba impegnarsi a fare da volano al settore, garantendo quote rilevanti di investimento in prodotto originale italiano con potenziale internazionale, lasciando alla produzione indipendente grande autonomia nella realizzazione, e la possibilità di azione nella distribuzione». «Noi autori- ma ci siamo resi conto che anche le altre forze produttive concordano con noi -pretendiamo che si esca finalmente da questo sistema nebuloso e che si arrivi ad una definizione ex lege del format, per dare valore al nostro lavoro e per il rispetto fondamentale dei diritti di chi crea», dice Biagio Proietti, autore e componente del direttivo dell’ Anart, l’Associazione nazionale degli autori radiotelevisivi e teatrali. «A questo punto, dopo tanti anni siamo ottimisti». Infine per Maria Letizia Bixio, dello Studio Previti associazione professionale e ricercatore afferente al Creda (Centro di ricerca di eccellenza per il diritto d’autore) occorre tenere a mente l’effetto finale, le ripercussioni, sulla qualità del prodotto finale offerto al pubblico. «Il vero rischio è infatti il depauperamento culturale collettivo, che invece sarebbe avvantaggiato dalla creazione e diffusione di programmi nuovi e originali, differenziati per categorie di audience. In questo scenario, anche prescindendo dalla tutela autoriale, si potrebbe qualificare il format come ibrido tra un’opera puramente creativa e un’ attività «utile» all’estrinsecazione di programmi televisivi. Come il software e le banche dati, il format rappresenta il più delle volte un passaggio intermedio per la piena fruizione da parte del pubblico della vera opera finale che è il programma televisivo».

Fonte: Italia Oggi