Sarà girata per intero in Italia la serie tivù tratta dal famosissimo libro di Umberto Eco. Matteo Levi di 11 Marzo Film ha raggiunto un accordo di distribuzione mondiale con i tedeschi di Wild Bunch Tv, mentre l’altra metà del budget arriva da Rai e tax credit

“Ci sembra molto bello che un distributore estero abbia messo un importo rilevante su un prodotto nato da un libro italiano e di un produttore italiano, accettando che venga interamente girato in Italia”. Matteo Levi tocca il cielo con un dito annunciando che ‘Il nome della rosa’ – versione tivù – prende finalmente il largo, con inizio riprese previsto a giugno, grazie all’accordo raggiunto con Wild Bunch Tv, pronto a mettere sul piatto un investimento pari a circa la metà del budget per distribuire nel mondo la serie che porterà in tivù il più popolare romanzo di Umberto Eco. E non stiamo parlando di noccioline perché la serie in otto episodi da 50 minuti costa complessivamente 23 milioni e il finanziamento della Rai e il tax credit del produttore copriranno l’altra metà. Wild Bunch del resto ha avuto gli onori della ribalta: è il gruppo franco tedesco, tra i più grossi distributori internazionali di cinema e oggi anche di fiction, che ha sostenuto la Lux Vide nell’impresa dei ‘Medici’ e ha appena venduto la serie alle Netflix di diversi Paesi. Dopo ‘I Medici’, ‘Il nome della rosa’ diventa la seconda produzione di alto standard della Rai che andrà in onda su Rai1: senz’altro una bella pagina per l’audiovisivo nostrano che il produttore della 11 Marzo Film sia riuscito a non perdere il controllo editoriale e produttivo del progetto e a far sì che gran parte del budget venga speso per troupe e maestranze italiane nonostante l’ingresso della partnership estera così importante. Tutto italiano è l’impianto artistico, con Andrea Porporati che firma la sceneggiatura in collaborazione con Nigel Williams e Giacomo Battiato che farà la regia. L’idea della serie è nata proprio da un suggerimento di Porporati, sceneggiatore e regista che ha già lavorato più volte con Levi. “Il progetto è nato in una stretta condivisione con Eco che, come me, aveva la convinzione che la serie, benché internazionale, dovesse avere una testa italiana”, dice Levi raccontandone lo sviluppo editoriale. “Porporati ha scritto prima un ampio e dettagliato trattamento lavorando in un continuo confronto con Eco. Prima di venire a mancare, Eco ha letto e approvato anche la prima sceneggiatura, sappiamo che gli era piaciuta, ma è venuto a mancare prima di poter dare il suo avallo formale”. La serie è fedele e in linea con il libro (non ha invece parentele con il film omonimo di Jean-Jacques Annaud che è stato un grande successo al cinema), Porporati ha però allargato il racconto ad alcune sottotrame sui dolciniani, all’epoca una delle sette eretiche più popolari, di cui nel libro si fa solo cenno. In questa fase le sceneggiature italiane vengono ‘revisionate’ da Nigel Williams, noto sceneggiatore e scrittore inglese (ha firmato ‘Elizabeth’). Come tutte le serie di standard alto, anche ‘Il nome della rosa’ è parlata e girata in inglese, e, come si usa in questi casi, è stato chiesto a Williams di fare l’adattamento dei dialoghi e della scrittura che comporta inevitabilmente ritocchi e modifiche. Alla regia Levi ha voluto Giacomo Battiato, già regista di due stagioni della ‘Piovra’ e di miniserie internazionali. Si stanno valutando le location per gli esterni; è invece assai probabile che l’abbazia con la misteriosa e inaccessibile biblioteca – che è il luogo centrale del romanzo – verrà ricostruita in teatro come avevano già fatto nel film. Adesso la partita vera diventa il cast e prima di tutto decidere chi interpreterà Guglielmo da Baskerville, il monaco francescano, ex inquisitore, razionalista di rara sagacia, che tira tutti i fili della trama. Se ne sta occupando un casting inglese ed è certo che sarà un grande attore internazionale (nel film Guglielmo era il mito Sean Connery). C’è voluto tempo e pazienza per montare questa operazione. Quando il produttore della 11 Marzo è riuscito a mettersi in tasca i diritti tivù del libro sapeva di avere in mano un brand di grande richiamo internazionale. E infatti ha ricevuto offerte da molti grandi gruppi, alcuni dei quali ponevano condizioni che non ha voluto accettare: per esempio, portare il set fuori dall’Italia o mettere uno showrunner americano che impone il regista e l’attore principale. Così ha tenuto duro fino a chiudere con Wild Bunch, che ha rispettato i suoi desiderata. Non è stato facile neppure conquistare i diritti televisivi. Quando la prima volta, qualche anno fa, aveva telefonato alla Bompiani, neppure gli risposero al telefono. Ci riprova un anno dopo e, lavorando di sponda con Mario Andreose che era in Bompiani ma era anche il braccio destro di Eco, trova la disponibilità a ragionare sul via libera alla serie tivù.