Nessun incremento delle quote di programmazione di opere europee per gli operatori televisivi da luglio in poi e via l’obbligo specifico di avere film e fiction italiane in prime time che sarà valido solo per la Rai.

Tuttavia le opere italiane saranno comunque valorizzate grazie a una previsione specifica di investimento. Per i servizi on demand, invece, la modulazione delle quote terrà conto delle ricadute in Italia della propria attività, a partire dai dipendenti per arrivare al ruolo dei produttori locali, che non dovrà essere solo esecutivo, nei film o nelle fiction su cui gli ott investiranno.

Sono alcuni dei correttivi al Testo unico dei servizi media audiovisivi che il governo, a meno di ulteriori cambiamenti perché ora sulla bozza si potranno esprimere gli operatori, si prepara a varare.

Le modifiche sono frutto del lavoro fatto al tavolo in cui il ministero dello sviluppo economico e il ministero per i beni e le attività culturali si sono confrontati con gli operatori tv da una parte e le associazioni dei produttori dall’altra.

In pratica, il decreto Franceschini del 2017 aveva modificato il Tusmar introducendo quote di programmazione di film e serie europee via via crescenti dal prossimo luglio. I correttivi cambieranno quindi le nuove regole prima che entrino in vigore.

Il confronto è stato acceso fra tv e produttori, con le prime che tutt’ora restano abbastanza insoddisfatte. Le quote previste da Franceschini erano considerate infatti insostenibili e la situazione prospettata, sebbene migliore, è considerata un compromesso.

Per Giancarlo Leone, Presidente di APA – Associazione Produttori Audiovisivi: «le nuove norme da una parte rendono più accessibili ai broadcaster e agli ott l’insieme degli obblighi di investimento e programmazione che erano eccessivamente pervasive, dall’altra preservano le necessità relative ai produttori indipendenti. Noi come APA commentiamo positivamente la cancellazione obbligo di programmazione prime time, così come l’introduzione di sottoquote per il prodotto italiano recente negli obblighi di investimento. Anche le modifiche per gli ott vanno nella direzione di semplificare purché questi soggetti operino realmente in Italia e riconoscano quote di diritti ai produttori italiani».

«Avremmo voluto un po’ più di spazio sulla quota del cinema indipendente italiano, sul prime time», ha detto Gianluca Curti, presidente di Cna cinema e audiovisivo, «ma considerate le posizioni iniziali penso che si tratti di un buon compromesso».

Per quanto riguarda i broadcaster, non ci sarà come detto un innalzamento delle quote minime di programmazione delle opere europee: gli operatori tv saranno tenuti a destinare a queste ultime «la maggior parte» della propria programmazione, ovvero il 50%, ma non ci sarà l’innalzamento del 53% a luglio, del 56% nel 2020 e del 60% nel 2021. Resta la sottoquota di opere italiane che sarà di almeno la metà della quota europea per la Rai e un terzo per i privati, sebbene per iniziare nel 2019 e 2020 questi ultimi si potranno fermare a un quinto.

Solo la Rai, inoltre, avrà l’obbligo di riservare almeno il 12% della programmazione a opere italiane nella fascia oraria dalle 18 alle 23, mentre per gli altri operatori è stato disinnescato l’obbligo del 6% per la stessa fascia e quindi saranno liberi di gestire le opere europee come vogliono nel palinsesto.

Ci sono poi gli obblighi di investimento in opere europee indipendenti (con altre sottoquote italiane e qui si recupera) e anche qui le regole sono state mitigate: le private arriveranno a scaglioni dall’attuale 10 al 12,5% dei propri introiti nel 2021, quando era previsto un 15%, mentre la Rai passerà dal 15 al 17% e non al 20% con sottoquote per le produzioni italiane. Le modifiche potranno riguardare anche quanto si prevede per i servizi in streaming. Fermo restando che devono destinare a film e serie europee il 30% del proprio catalogo, per quanto riguarda l’investimento in opere di produttori indipendenti si partirà da un 12,5% anziché dal 20%.

Un regolamento dell’Agcom potrà però innalzare questa percentuale fino a un massimo del 20% «in relazione a modalità di investimento che non risultino coerenti con una crescita equilibrata del sistema produttivo audiovisivo nazionale». A rischio saranno gli ott che non hanno una sede operativa in Italia e meno di 20 dipendenti, oppure quelli che nel produrre in Italia utilizzeranno i produttori locali con un ruolo soltanto esecutivo. Infine, una facilitazione per tutti gli operatori nel conteggio delle quote: potranno recuperare l’anno successivo lo scostamento da quanto previsto o andare a credito, sebbene entro un certo limite.

Fonte: ItaliaOggi