Eleonora Andreatta, detta Tinny, direttore di Rai Fiction è la classica prima della classe, non di quelle antipatiche però. Perché è chiaro che tutto quello fa, e che dice, ha un’unica spinta, che non è l’ambizione, non è la voglia di primeggiare, ma è la passione, e quindi non si può non lasciarsi trascinare dal suo entusiasmo. Intendiamoci: l’ambizione e la voglia di primeggiare questa ragazza di 53 anni le ha, eccome. E infatti, dati alla mano, Rai Fiction sta andando molto bene: l’ultima stagione, quella del 2017, si è chiusa come la migliore da dieci anni a questa parte. Le 10 fiction più viste del 2017 in Italia sono tutte targate Rai, prima su tutti II Commissario Montalbano con una share media degna del Festival di Sanremo (uno strabiliante 42,68% con picchi del 144). Da quando Eleonora detta Tinny si è insediata nel 2012 come direttore, moltissimi progressi sono stati fatti nella già ben rodata macchina di Rai Fiction: si è puntato sulle donne, sono state proibite le delocalizzazioni, si è girato esclusivamente in Italia, a Cinecittà e in tutte le Regioni, e ci sono in cantiere due progetti internazionali basati su storie italiane (L’amica geniale e II nome della Rosa) uno dei quali con il colosso mondiale Hbo. Ma andiamo con ordine. Classe 1964, figlia insieme ad altri tre fratelli di quel Beniamino Andreatta, detto Nino, statista specchiato, economista più volte ministro, maestro e amico di Romano Prodi che aiutò nella costruzione dell’Ulivo, è cresciuta e ha studiato a Bologna appassionata di cinema, ha fatto un anno alla Ucla a Los Angeles, poi è rientrata in Italia dove ha lavorato per qualche anno nella distribuzione cinematografica con la Academy Pictures, per approdare in Rai nel 1995. Da li, una carriera in produzione fino ad arrivare alla direzione di Rai Fiction del 2012. Ci riceve nel suo ufficio della sede Rai di Viale Mazzini, il cavallo morente che ti accoglie con il suo dramma, ed è un fiume in piena.

In queste settimane state girando con Hbo L’amica geniale tratto dal best seller mondiale di Elena Ferrante, l’autrice di cui nessuno conosce l’identità. L’avrebbe detto?

«Per me è un punto d’arrivo di cui sono particolarmente orgogliosa. L’adattamento restituisce la stessa forza del romanzo che racconta non solo una delle più straordinarie storie di amicizia femminile, ma è anche un grande affresco del Paese. E poi la serie mette in campo tutti talenti italiani, è girata nel nostro Paese in italiano. In autunno andremo in onda in contemporanea ad Hbo dove sarà sottotitolata. E’ la prima volta che trasmetteranno un prodotto non girato in inglese. Una rivoluzione assoluta!».

Addirittura?

«Hbo è un colosso internazionale che ha prodotto fiction che hanno cambiato la storia dello storytelling televisivo a livello globale: I Soprano, una serie di culto di cui non ho perso una puntata, o Sex and the City, per ogni donna adulta dell’epoca credo sia stata un innamoramento assoluto».

Entrambe sono state serie che hanno trattato temi scabrosi, come la violenza, il sesso… Li vedremo mai sulla Rai?

«Più che scabrosi, direi che sono stati sorprendenti. I Soprano hanno avuto il pregio e l’intuizione di raccontare la mafia in un modo in cui non era mai stata raccontata, dal punto di vista della famiglia, con un boss imperfetto che doveva andare in analisi».

Diciamo che Don Matteo non va esattamente in quella direzione…

«Intanto Don Matteo rispetto a qualche anno fa è cambiato molto nella narrazione e nel linguaggio visivo. Certo per Rail il cambiamento procede in modo più graduale, ma non dimentichiamoci di La Mafia Uccide solo d’estate, Sotto copertura o I bastardi di Pizzofalcone e poi ci sono Rocco Schiavone, che va su Rai 2, in cui il protagonista è un poliziotto “anomalo”, o La linea verticale che va su Rai 3 in questi giorni, di Mattia Torre con Valerio Mastandrea. Quando ho letto lo script l’ho trovato geniale e mi sono anche commossa fino alle lacrime».

Anche L’amica geniale sarà sorprendente?

«Ne sono certa. Alla sceneggiatura oltre al regista Saverio Costanzo, a Francesco Piccolo e Laura Paolucci ha lavorato anche Elena Ferrante, attraverso l’invio di note perché non ci siamo mai incontrati. È stata lei a fornirci una serie di suggerimenti e soluzioni narrative originali che hanno arricchito i copioni».

Anche altri canali esportano la loro fiction: the Young Pope, di Sky, per esempio, ha avuto una buona accoglienza.

«Esportare prodotto per le cable tv è più facile: il pubblico internazionale delle televisioni a pagamento è un pubblico di nicchia con gusti più simili. Noi invece ci rivolgiamo a un pubblico trasversale: dobbiamo costruire grandi romanzi popolari, progetti ricchi e stratificati che non lascino indietro né le fasce più classiche del pubblico, ma neppure quelle più moderne ed esigenti.».

Anche quei giovani abituati a divorare una serie dopo l’altra su Netflix?

«Certo, ci rivolgiamo anche a loro, anche a quelli abituati a vedere il prodotto in modo non lineare o attraverso il binge watching. Sulla piattaforma di Rai Play i contenuti della fiction sono tra i più visti».

II direttore di Rai Fiction ha Netlflix?

«Certo, e lo guardo». Cosa ha apprezzato? «Narcos e Stranger Things. E ultimamente Dark, una serie tedesca, e The Crown».

Teme l’on demand per il futuro della tvgeneralista?

«Credo che nel panorama multimediale la televisione pubblica acquisti una nuova importanza per la sua capacità di valorizzare la cultura e l’immaginario nazionale. Sicuramente le piattaforme sono un concorrente, ma anche una possibilità nuova. Ad esempio con Netflix abbiamo coprodotto Suburra. La concorrenza fa bene: i prodotti migliori che fanno gli altri ti spingono ad alzare l’asticella di quello che vuoi ottenere».

Con che registi italiani le piacerebbe lavorare?

«Lavoriamo già con molti dei migliori e in questo momento quasi tutti sono interessati alle serie, alle possibilità che rappresentano in termini di complessità del racconto e dei personaggi».

Un nome internazionale?

«Agnieszka Holland, una regista polacca già nominata due volta al premio Oscar e regista di House of Cards e The Wire. La amo da sempre per la sua duttilità: è capace di passare dal grande cinema europeo alle maestose serie americane. Abbiamo un progetto in gestazione, ne stiamo parlando. Ma non posso aggiungere altro».

Uno dei momenti più belli del suo lavoro?

«Mi emoziona leggere una storia bella e accorgermi, alla fine, di non conoscere il nome dello sceneggiatore che l’ha scritta. Quando questo accade, significa che un giovane autore ha fatto sentire la sua voce. Scoprire i nuovi talenti e i giovani è sempre toccante».

Sorelle, Sirene, Scomparsa, ora L’amica geniale… Tutte storie di donne!

«La fiction la guardano soprattutto le donne, ma fino a qualche anno fa i nostri “eroi” erano quasi tutti maschili: il maresciallo Rocca, nonno Libero, il commissario Cattani… Ho voluto ridare voce anche al mondo femminile e alla sua complessità. Nella nostra factory, e siamo circa una sessantina di persone tra editor e producer, la maggior parte sono donne».

Fonte: Il Messaggero