Su Raidue è iniziato un curioso esperimento sociale: 18 adolescenti, nel pieno degli anni liceali, rinunciano alle comodità della vita moderna per trascorrere un mese all’interno di una struttura pensata come un convitto in cui vigono le regole degli anni 60, con l’obiettivo di prepararsi a sostenere l’esame di licenza media in vigore in quegli anni (lunedì, 21.10).

Bando a cellulari, piastre per capelli, piercing, acconciature stravaganti, distrazioni varie: gli allievi devono adattarsi in tutto e per tutto alle regole dell’epoca, divise comprese. Il contrasto è volutamente stridente: i ragazzi sono tatuatissimi e tengono molto all’estetica («Toglietemi tutto ma non la lacca»). È evidente che l’apparenza non è per loro un gioco ma un modo per esprimersi, per dichiarare la propria personalità, com’è sempre stato. Avendoli vissuti – i ’60, il collegio – ne ho un ricordo che contrasta non poco con «Il collegio»: i sorveglianti non si chiamavano così, ma «prefetti», non c’erano le divise, e i professori, di norma modesti, esercitavano però una autorità che nessuno si sarebbe mai osato di mettere in discussione, meno che mai i genitori.

Il gioco del docu-reality è proprio di mostrare il contrasto tra gli adolescenti 2.0 e alcuni fossili del passato come l’olio di fegato di merluzzo, le regole ferree, le materie scolastiche severe che affrontano zoppicando. In realtà, a vedere certe clip, nasce il sospetto che anche ai genitori un po’ di convitto farebbe bene.
Non bisogna cercare ne «Il collegio» un romanzo di formazione: l’aspetto più interessante del programma sono i suoi partecipanti, al contempo «animali da reality», che hanno introiettato in tutto e per tutto le logiche comunicative di questo genere tv, e portatori di una spontaneità disarmante. Il programma è molto ben realizzato da Magnolia; il cast dei ragazzi azzeccatissimo; unico neo sono i professori, troppo «scritti» e a copione.

Fonte: Corriere della Sera