Film, fiction, cartoni animati, documentari italiani ed europei guadagnano finalmente un posto in prima fila in tv. Le quote di programmazione e di investimenti nel settore aumentano e così le sanzioni per chi non dovesse adeguarsi alla nuova normativa. Dopo i mugugni e le contrapposizioni, il Consiglio dei Ministri ha approvato ieri il decreto legislativo che impone ai canali tv (compresi Netflix, Amazon e altri operatori del web) regole precise sulla messa in onda di opere made in Italy. Per il 2018 è prevista una moratoria, ma, a partire dal 2019, uno spazio del prime-time (fascia oraria 18-23) dovrà essere settimanalmente riservato alla nostra produzione. Per la Rai l’obbligo è di 2 opere italiane a settimana di cui una cinematografica, mentre la quota degli investimenti sale dal 15% fino (nel 2020) al 20% dei ricavi complessivi annui. Per le tv private si passa dal 10 al 15% degli introiti netti dell’anno: «È un provvedimento concreto – dichiara il ministro Franceschini – che serve a tutelare e valorizzare il cinema, la fiction, la creatività italiani». Il modello di riferimento, spiegano al Mibact, è «mutuato dal sistema francese che, fin dagli Anni 80, rappresenta uno degli esempi più virtuosi in materia». Il testo, cui sono state apportate modifiche dovute alle polemiche degli ultimi giorni, passa adesso alle Commissioni parlamentari, al Consiglio di Stato e alla Conferenza Stato-Regioni, quindi non è ancora definitivo: «Il provvedimento – commenta il presidente dell’Apt Giancarlo Leone – mette sempre più al centro del sistema l’audiovisivo italiano dei produttori indipendenti, e questo è un importante elemento di crescita». Eppure non tutti sono soddisfatti, anzi, tra i broadcaster la protesta cresce: «Mi rendo conto che certe quote elevate del cinema possano creare problemi di accettazione, ma credo sia compito dei produttori individuare, con i rappresentanti delle emittenti, tutti i modi per trasformare quello che oggi sembra un vincolo in una straordinaria opportunità». In un post su Facebook la produttrice di Indigo Francesca Cima commenta con soddisfazione: «Il governo crede davvero che l’audiovisivo italiano possa rappresentare una risorsa importante per l’economia, per l’identità e per la crescita culturale, industriale e professionale di questo Paese. Anche noi. Grazie». I broadcaster, invece, si scagliano contro «l’impostazione anacronistica, dirigistica e punitiva» adottata dal Ministro: «Ad essere danneggiata – dichiarano – sarà così l’intera produzione audiovisiva italiana, con pesanti ricadute negative sull’occupazione del settore. Le imprese di broadcasting, duramente penalizzate dalle nuove disposizioni di legge, sono quelle che con i loro investimenti garantiscono lo sviluppo dell’industria creativa e difendono la cultura in ambito europeo». La battaglia più importante è vinta, ma l’impressione è che ne seguiranno altre.

Fonte: La Stampa