Vi segnaliamo l’articolo apparso ieri su Repubblica.it (Economia e finanza) riguardante l’agenda con i nuovi compiti del nuovo vertice per il risanamento ed il rilancio del gruppo

Troppi canali: 15. Troppe testate giornalistiche: 9, con relative direzioni. Troppo personale: 11.410 addetti, e infatti già circolano stime di esuberi potenziali tra le 500 e le mille unità. Troppa rigidità contrattuale che gonfia gli organici: e c’è un contratto di operai e tecnici da rinnovare da mesi. Troppa poca societarizzazione e troppo accentramento, che è il nemico della trasparenza dei costi. Tutto vero. Ma se si volesse veramente risanare la Rai, la novità rivoluzionaria non sarebbe nella revisione delle spese e nei tagli (che sarà assai difficile fare nella misura necessaria) ma nei ricavi. E qui il nodo gordiano ha un solo e semplice nome: Sipra. Il buco nero di Viale Mazzini è infatti la concessionaria di pubblicità. Ecco, l’agenda ideale di Tarantola e Gubitosi, il giorno dopo il loro insediamento al vertice della tv pubblica, dovrebbe partire proprio da qui. Perché si possono tagliare i costi, rivedere i palinsesti, ridurre i tg, ma se poi si ha una concessionaria che quando il mercato cala perde il doppio della media e quando poi risale (ricapiterà anche stavolta, prima o poi) lo fa alla stessa velocità degli altri, non si va lontano. Certo, ci sono condizioni esterne oggettive: che i grandi centri media tendano a snobbare i canali Rai in favore di Mediaset, è una verità che tra gli addetti ai lavori viene data per scontata. Ma Sipra ci mette del suo. In un periodo di crisi di pubblicità i pacchetti offerti dalla concessionaria
sono rigidi, il bundle sui canali ha pochissima flessibilità. Stessa rigidità in materia di sconti (e si sa che in tempi di crisi lo sconto è fondamentale). A Viale Mazzini circola anche la battuta – forse una leggenda metropolitana, ma se non è vera rende bene l’idea – che in occasione degli ultimi Europei di calcio Sipra si sia «dimenticata» di vendere gli spot sui calci di rigore delle semifinali. Se a tutto questo si aggiunge il fatto che i contratti Sipra prevedono anticipi contrattuali del 35%, si capisce bene perché gli inserzionisti siano in fuga: prima degli Europei, nei primi mesi 2012 la raccolta ha segnato meno 25% rispetto al meno 10% di Publitalia. E Mediaset ringrazia. Quantificare l’inefficienza di Sipra è difficile ma qualche cifra si può azzardare. Per esempio, i canali digitali che stanno attorno all’1% di share (la Rai4 di Freccero, Rai Movie) dovrebbero valere sui 30 milioni annui di raccolta pubblicitaria: sembra che arrivino solo attorno ai 10 milioni. I portali Internet della Rai, Rai.it e Rai.tv, quest’ultimo con l’offerta delle dirette via Web e della catch up tv, ossia la possibilità di richiedere programmi dell’ultima settimana, sulla base di utenti unici e pagine viste, potrebbero portare tra i 15 e i 20 milioni di ricavi pubblicitari, ma ci si ferma appena a 6. Lo share medio dei nuovi canali digitali Rai inizia a essere vicino al 6%: e poiché ogni punto di share vale sui 30 milioni, il loro fatturato potenziale potrebbe stare sui 180 milioni. Più Internet, si arriverebbe sui 200 e di questi si può ipotizzare che oggi ne entri effettivamente appena un terzo: diciamo che possono mancare all’appello 130-140 milioni su un fatturato pubblicitario 2011 che è stato di 973 milioni (1.039 nel 2010). E su Sipra, che non è «materia editoriale», Tarantola e Gubitosi potranno decidere in autonomia, senza sottomettere le loro scelte al Cda. Il secondo nodo, una volta sistemata la pubblicità, è l’offerta editoriale. «Finora è mancato un vero piano editoriale – spiega Augusto Preta, direttore di ItMedia Consulting – Rai non ha una strategia unitaria né in termini di target né in termini di offerta. Non ha una strategia nel digitale anche se è stata l’azienda che sul digitale ha investito di più: è stata la prima a lanciare nuovi canali, anche come quantità. E per questo ha anche rinunciato ai 50 milioni annui che ricavava dal contratto con Sky». Sul digitale terrestre la Rai è insomma stata come le prime linee nelle guerre di trincea: carne da cannone. Ha reso ricca da subito l’offerta dei nuovi canali, non si è preoccupata di renderli redditizi, per fare in fretta ha trattato al minimo sulle frequenze e infatti si ritrova una rete fatta in larga parte di «cerotti» e che ora, con l’assegnazione definitiva delle concessioni ventennali, potrebbe avere qualche difficoltà a risistemare. Il tutto mentre chi aveva interesse a una rapida affermazione del digitale era invece Mediaset, che stava lanciando la sua sfida a Sky sulla pay tv. Che poi, per ironia della cose, la pay tv sul digitale terrestre di Mediaset sia in stallo e gli ascolti stiano premiando i nuovi canali in chiaro, è solo il segno di un’ulteriore occasione che viale Mazzini sta perdendo, visto che non riesce a sfruttarla in termini di ricavi. «Ma è prioritario per Rai ripensare le sue strategie – conclude Preta – Finora hanno utilizzato le logiche della vecchia tv lineare e del modello monopiattaforma: ora devono riconsiderare le loro scelte mettendo testa e investimenti su Internet. Devono ripensare al ruolo del servizio pubblico nel mondo digitale e porsi il problema di individuare le esigenze degli utenti-cittadini prima ancora degli utentitarget commerciali. Potrebbe essere necessario spostare risorse dai canali alle offerte multi piattaforma e “over the top”. Almeno finchè le risorse sono queste ». A voler tagliare, tra canali e strutture c’è solo l’imbarazzo della scelta. Due canali per bambini, due canali sportivi, una programmazione culturale d’archivio che non sembra aver bisogno di un canale tutto suo, Rai Storia, ma che dovrebbe alimentare altri palinsesti. Un canale come RaiScuola che non ha senso con una frequenza tutta per sé. E poi rivedere i canali maggiori: Rai 4 è un po’ la nuova Rai 2 che invece ha perso ogni identità. Rai 5 ha molto in comune con Rai 3 che a forza di rappresentare il baluardo antiberlusconiano di Viale Mazzini viene vissuta come un fortino da proteggere e non viene svecchiata da un decennio almeno. Ci sono insomma molte duplicazioni. Non vanno tagliate tutte, ma ripensate con coerenza sì. Stessa cosa per le testate giornalistiche: già solo unire Televideo e RaiNews, cosa già decisa ma mai completata, sarebbe meritorio. Ma poi nel mondo digitale perché mantenere non tanto le tre redazioni dei tre Tg, quando tre strutture tecnologiche e di produzione che potrebbero invece essere unificate facendo sinergia di costi? Stessa cosa per i Giornali Radio: che hanno un solo direttore ma ben 4 vicedirettori e altrettante redazioni, uno per ogni Gr più il Gr Parlamento. E qui si entra nella grande palude dell’organizzazione di Viale Mazzini: 160 «parrucchieri», il reparto trucco, quello da cui perfino Mediaset ha fatto partire i suoi tagli; operatori e montatori sono 600 e l’innovazione tecnologica sta creando sovrapposizioni; i quattro centri di produzione (Roma, Milano, Torino e Napoli) valgono 3.800 addetti, e l’insieme delle sedi regionali, che non hanno centri di produzione, ne portano altri 1.500. La radiofonia ne conta 800, di cui 150 giornalisti. I giornalisti sono 1.650, di cui 327 con qualifica di dirigenti. I duemila circa che mancano all’appello per arrivare a 11.400 sono amministrativi della sede centrale. E a questo numero non appartengono i 650 tecnici e operai di manutenzione che fanno capo a RaiWay, la società delle torri e della rete. A questo caos contrattuale e sindacale si affianca quello organizzativo: ci sono almeno tre ere geologiche che si sommano e si sovrappongono. Ci sono società che derivano dalla gestione Celli di dieci anni fa che aveva avviato un decentramento con societarizzazione e che convivono con il successivo riaccentramento voluto da Flavio Cattaneo, oggi ad di Terna, quando era direttore generale a Viale Mazzini (tra il 2003 e il 2005). Per cui ci sono competenze divise tra società, direzioni e una miriade di divisioni che riportano tutte al direttore generale. Ai tempi di Agnes, ossia anni Ottanta, altra epoca di grande accentramento, si era calcolato che se il direttore generale avesse dedicato 10 minuti a ogni suo riporto si sarebbe occupato di un problema una sola volta ogni 25 giorni. Ma i tagli in Rai sono difficili da concludere. Troppo complicato: politicamente, sindacalmente, culturalmente. Per questo l’opportunità migliore oggi è quella di lavorare sui ricavi. C’è la possibilità di fare cassa con RaiWay, e già l’idea circola, ma è difficile, basta guardare alla difficoltà di Telecom con La7 e con la rete di Timb. Ci sono immobili da vendere o da mettere in una società che li valorizzi: ci sono terreni edificabili a Roma e nelle vicinanze, ci sono gioielli come Palazzo Lavia a Venezia. Ma il vero nodo è l’offerta commerciale. Di Sipra si è detto. L’altro aspetto strategico è però la riorganizzazione dei contenuti. Valorizzandola. «Rai ha probabilmente il costo medio per ora di contenuto video più basso in Italia – afferma Alessandro Araimo, senior partner di Roland Berger Italia – Ha una library che prima del digitale terrestre era largamente inutilizzata. Il problema è che oggi ha un’offerta ampia ma qualitativamente non molto diversa da quella di Mediaset. Utilizzando bene la library e i diritti già pagati anche il coso marginale dell’ultimo canale sarebbe estremamente basso. Con Mediaset che ha ridotto gli investimenti in contenuti e Rai avanti sull’audience Viale Mazzini si trova un vantaggio considerevole da sfruttare commercialmente. Occorre lavorare sull’offerta e sulla concessionaria. A quel punto non ci sarebbe neanche bisogno di tagliare il numero dei canali. E arriverebbero pure le risorse per investire sul Web». Nella foto a lato, il cavallo di bronzo simbolo della Rai Qui sotto, Anna Maria Tarantola, neo-presidente della tv pubblica: per le decisioni sui temi non editoriali non deve passare per il Cda Qui accanto, Luigi Gubitosi, nuovo direttore generale di Viale Mazzini E’ l’ex ad di Wind

Fonte: Repubblica.it