L’ex Consigliere RAI, Nino Rizzo Nervo, ha pubblicato oggi un articolo a sua firma sul giornale “Europa”:

“RAI impara dalla BBC”

“Il “manifesto” degli autori del mondo dell’audiovisivo pubblicato dal Sole 24Ore ha posto con chiarezza un tema di grande rilievo che dovrebbe fare riflettere il vertice di viale Mazzini. Di Rai, infatti, si parla sempre in relazione al pluralismo insufficiente o alla governance che dovrebbe essere cambiata con urgenza. Nessuno sinora ha, però, detto che per legittimarsi come servizio pubblico deve ridefinire il suo ruolo industriale per assumere come obiettivo “pubblico” quello di concorrere allo sviluppo non solo culturale ma anche socio-economico del sistema paese.
Guardiamo al Regno Unito dove coabitano due televisioni pubbliche, la Bbc finanziata dal canone e Channel Four che vive, invece, solo di ricavi pubblicitari e commerciali. Entrambe hanno nella loro missione l’obiettivo di stimolare creatività e innovazione e di sostenere la produzione nazionale. Sono, in sostanza, il motore dell’audiovisvo made in Britain. Non si tratta, infatti, di semplici enunciazioni di principi (anche nel contratto di servizio sottoscritto da viale Mazzini e dal ministero per lo sviluppo economico c’è qualcosa di simile) ma dell’assunzione di obblighi precisi che i due organismi televisivi pubblici d’Oltremanica sono riusciti a trasformare in un’opportunità di ricavi e di crescita, tant’è che il settore è l’unico che è stato risparmiato dai pesanti tagli in corso da alcuni mesi, garantisce opportunità di lavoro a più di duecentomila addetti mentre in Italia sono circa ottantamila.
Che fiction, cinema e animazione possono essere anche formidabili strumenti di sviluppo e occupazione la Rai del resto lo sa bene. Nella prima metà degli anni 90 i “Professori” salvarono il Centro di produzione tv di Napoli specializzando una linea produttiva nella realizzazione della lunga serialità: furono messi in sicurezza 380 posti di lavoro e ne furono creati ex novo circa un migliaio nell’indotto. Quel progetto si è rilevato negli anni anche un ottimo affare per le casse di viale Mazzini: Un posto al sole, grazie ad un pubblico targhettizzato e fidelizzato, è l’unica fiction, o meglio soap, che ha continuato a generare ricavi significativi già al primo passaggio televisivo. Sostenere che un’industria televisiva dovrebbe avere il prodotto, cioè la realizzazione di contenuti, al centro della sua attività d’impresa può apparire una banalità, come ad esempio affermare che l’auto è il core business della Fiat. Eppure oggi purtroppo non lo è.
La fiction, ad esempio, ha rischiato nei giorni scorsi di diventare un vero e proprio caso visto che il piano di produzione per il 2012 è stato approvato dal consiglio di amministrazione, a maggioranza, soltanto a metà marzo per essere stato ancora una volta il campo di mortificanti ed estenuanti mercanteggiamenti. Negli ultimi cinque anni, inoltre, si è passati da un investimento di 270 milioni di euro nel 2007 a 197 milioni di euro del 2011 mentre per quest’anno è stato previsto in budget un ulteriore taglio di 27 milioni di euro. Identico trend si è registrato nel cinema, nell’intrattenimento e nell’informazione.
La diminuzione costante degli investimenti sul prodotto, cioè sul core business dell’azienda, ci consegna nell’aridità dei numeri una verità drammatica: la Rai continua a illudersi di poter risolvere la sua crisi economico-finanziaria, di idee e di qualità non attraverso una profonda rimodulazione del suo assetto organizzativo e industriale con l’obiettivo di liberare risorse sugli investimenti produttivi (e potenzialmente remunerativi) ma comprimendo, anno dopo anno, la spesa su quelle che abbiamo indicato essere tra le ragioni fondanti, certo non le uniche, di un servizio pubblico: promuovere nei mercati di riferimento qualità, ambizioni creative, innovazione e assumere un ruolo di stimolo e di sostegno alla produzione nazionale di contenuti integrandosi positivamente nel sistema economico-sociale del paese (ma per un’azienda finanziata dai cittadini non è persino un dovere quello di concentrarsi su obiettivi di interesse pubblico generale?).
Solo negli ultimi cinque anni la Rai ha investito nella fiction un miliardo 125 milioni di euro, una massa di denaro enorme che a differenza di quanto è avvenuto nel Regno Unito, in Francia e in Germania non è riuscita, per aver incoraggiato con una politica assistenzialista e clientelare la frammentazione delle società di produzione e non aver voluto osare nella sperimentazione, a far crescere un tessuto industriale e a rendere riconoscibile e competitivo il prodotto italiano sui mercati internazionali (uniche eccezioni di rilievo negli ultimi trent’anni La piovra e Il commissario Montalbano).
Oggi anche in Rai è indispensabile e urgente un’operazione di “spending review” per tagliare quelle attività e quei costi che nulla c’entrano con la sua “mission” di editore pubblico e avviare senza sconti una profonda riorganizzazione industriale e una incisiva semplificazione organizzativa per liberare risorse e rimettere al centro dell’interesse aziendale il prodotto. Meno burocrazia, che ha un effetto soffocante, abbandono delle attività marginali e più spazio agli autori, alle competenze, a chi ha idee e non ha paura dei cambiamenti.
Un esempio? Sempre alla Bbc sono una decina i dirigenti top che “riportano” direttamente al direttore generale, in Rai credo che siano ormai circa cinquanta, ognuno geloso custode del proprio feudo e delle proprie procure. Soltanto un significativo cambio di mentalità e una forte cultura di impresa potranno mettere in sicurezza quella che, nel bene e nel male, continua ad essere la più grande industria culturale del paese.
Ma per riuscirvi ci vuole, e in fretta, un “governo tecnico” anche a viale Mazzini, nel senso di persone competenti, in grado di dire no ai partiti e che abbiano una particolare sensibilità non solo nei confronti dei numeri ma anche del prodotto e della missione di servizio pubblico che sono chiamati a realizzare.”

Fonte: europaquotidiano.it