Si mormora che la produzione della prima stagione di «Marco Polo» sia costata a Netflix 90 milioni di dollari. Un’enormità, considerando anche che la serie ha avuto un seguito e che la piattaforma ha rilasciato alcune settimane fa i nuovi episodi della seconda stagione.
Un budget stellare per raccontare la storia del giovane esploratore veneziano (interpretato da Lorenzo Richelmy) e della sua permanenza alla corte del Khan. Marco segue di nascosto il padre (Pierfrancesco Favino), commerciante di tessuti, in uno dei suoi viaggi d’affari in Oriente: quando il padre lo lascia come «garanzia» della sua buona fede al Kahn, Marco ne diviene uno dei fedelissimi. Intreccia una storia d’amore con la principessa Kokachin e lo affianca negli scontri con la Cina e nei contrasti con altre tribù mongole che rivendicano il titolo. I fasti produttivi non mancano: costumi d’epoca sontuosi, ambienti finemente ricostruiti e location esotiche, cast sovrabbondante per raccontare un impero antico.

È facile pensare che la serie, nella migliore delle ipotesi, avrebbe potuto essere la risposta di Netflix al successo fantasy di HBO, il «Trono di spade»: anche in questo caso c’è un’aspra lotta per il potere e il comando, ci sono passioni sfrenate e un mondo così remoto da sembrare immaginario. Ma a «Marco Polo» mancano completamente l’afflato dell’epica, la raffinatezza della scrittura, l’incastro ponderato dei quadri narrativi. Le emozioni e gli stati d’animo dei personaggi faticano a staccarsi dal macchiettismo. Con la sua progressiva diffusione globale, Netflix ha la necessità di inventarsi contenuti capaci di fare appello a pubblici dalla varia provenienza nazionale.

Quella di Marco Polo è la storia di un europeo che si misura con le profondità dell’Asia: non è un mistero che la serie sia stata anche pensata come volano per raggiungere il pubblico asiatico (anche se in Cina Netflix non è ancora presente).

Fonte: Corriere della Sera