La televisione cambia, ma resta al centro del gioco. Parte del merito è della resurrezione creativa viene dalle serie tv, ad esempi o Downton Abbey e The Good Wife , che hanno portato sul piccolo schermo un’inedita qualità di scrittura. Parte è dell’emergere di nuovi protagonisti della distribuzione e produzione, come Netflix, cui si deve il successo di House of Cards . Il digitale avanza, ma la tivù mantiene saldamente il predominio dei media, assorbendo gran parte degli investimenti pubblicitari e del tempo degli utenti. Nel 2016, secondo l’Auditel, ogni italiano ha speso in media 239 minuti al giorno davanti al piccolo schermo. Considerando 14 ore tra occupazioni quotidiane e riposo, ognuno di noi dedica il 40% del proprio tempo «residuo» alla tivù. Il digitale avanza e modifica profondamente i consumi televisivi. Grazie a reti sempre più sviluppate e tecnologie evolute, i programmi escono dal piccolo schermo e raggiungono il pubblico con gli strumenti della mobilità (gli smartphone e i tablet). Contemporaneamente i servizi digitali come RaiPlay entrano nelle abitudini e contendono alla programmazione televisiva tradizionale il tempo dedicato al mezzo. In questo scenario – scrive Guido Confalonieri, direttore marketing strategico di Publitalia sulla newsletter del Politecnico di Milano Digital 4 Marketing – le tivù tradizionali e le concessionarie di pubblicità «si interrogano su come orientare le proprie strategie». E fanno bene a interrogarsi, perché il controllo del gioco è sempre più nelle mani dello spettatore: il quale, grazie ai servizi on demand, che svincolano l’ascolto dal tradizionale palinsesto, può decidere che cosa vedere, dove e quando vuole. Per chi vende pubblicità diventa insomma essenziale conoscere capillarmente i gusti degli utenti. È sempre stato così, si potrebbe obiettare. Ma oggi c’è una differenza di prospettiva: l’ingresso dei big di Internet, padroni dei dati personali, nella produzione di contenuti televisivi. Evento che tutti si attendono.

Fonte: Corriere L’Economia