La Repubblica, Giovanni Valentini: “La televisione chiusa per ferie”
30 luglio 2013

La Repubblica, Giovanni Valentini: “La televisione chiusa per ferie”

Sabato 27 luglio è uscito, su “La Repubblica”, nella rubrica “Il sabato del villaggio” l’articolo di Giovanni Valentini, “La televisione chiusa per ferie”. Il pezzo, nel sottolineare la povertà dell’offerta nel palinsesto serale della programmazione televisiva, si interroga sulle responsabilità della televisione di Stato, definendo poco comprensibile “l’ostracismo che viale Mazzini ha decretato negli ultimi tempi contro i produttori televisivi indipendenti che rappresentano una riserva di pluralismo, esperienza e creatività”. Valentini loda, al contrario, la proposta del Ministro dei Beni e delle attività culturali Massimo Bray, che “aveva proposto di inserire nel cosiddetto “decreto del fare” una norma che, in linea con gli altri Paesi europei, tendeva a ridurre lo sfruttamento intensivo di queste produzioni e a tutelarne la proprietà intellettuale. Al momento, infatti, in Italia i broadcaster detengono a vita i diritti tv che acquistano. Mentre il ministro Bray proponeva ragionevolmente di limitarne il godimento a un massimo di tre anni, rispetto all’anno e mezzo della Francia, ai 5 della Gran Bretagna e ai 7 dell’Austria. In sede di Consiglio dei ministri è stato il viceministro alle Comunicazioni, Antonio Catricalà, a rivendicare però la propria competenza in materia ottenendo l’eliminazione di questa norma dal provvedimento. E il suo intervento, favorendo oggettivamente il duopolio Rai-Mediaset, risulta tanto più sorprendente perché proviene da un ex Garante sulla Concorrenza. Vedremo in seguito se Catricalà provvederà motu proprio o se il ministro per lo Sviluppo economico da cui dipende, Flavio Zanonato, lo solleciterà a farlo. Non si tratta soltanto di difendere interessi legittimi. La produzione televisiva indipendente è tutelata dalla legge che obbliga i titolari delle concessioni tv a destinare al settore il 10% dei loro introiti (il 15% per la Rai), proprio a garanzia del pluralismo culturale e a favore dei cittadini telespettatori. E questa forma di “esproprio intellettuale” perpetuo non favorisce evidentemente la crescita di un comparto come quello audiovisivo che comprende con l’indotto quasi un migliaio di aziende, fattura oltre un miliardo di euro all’anno e, prima della crisi, nel 2008 occupava ancora circa 200mila dipendenti, tra diretti e indiretti”.