Quando si parla di televisione si dibatte e ci si accapiglia sui generi forti: l’informazione, l’intrattenimento, la fiction, gli avvenimenti live. C’è però un altro genere che si sta affermando con vigore ed è quello che, in senso lato, si può definire il racconto del reale, una formula che si coniuga in moltissime declinazioni. Se fino a qualche anno fa questa tipologia narrativa era marginalizzata nelle reti specializzate internazionali, tipo History o National Geographic, oggi vi si stanno avvicinando con convinzione in chiave moderna editori ‘giovani’ come Discovery e storici come la Rai. Mentre Sky, non smentendo il suo ruolo di anticipatore, già da due anni ha aperto su Sky Atlantic, il canale delle grandi serie e delle grandi storie, un appuntamento fisso settimanale intitolato appunto ‘II racconto del reale’. Cesare Zavattini, che nel suo celebre manifesto teorizzava un cinema che pedinasse la realtà, sarebbe contento del risveglio di interesse che c’è oggi in televisione e non solo per il racconto non fiction che copre generi molto diversi e che torna comodo incasellare, come usa il mercato internazionale, sotto l’etichetta del factual. Il factual come storytelling della realtà, magmatico insieme di linguaggi, stili e formati in grande evoluzione che annovera dal documentario divulgativo, in dieci anni cresciuto in maniera esponenziale (un esempio in Italia sono le produzioni di Piero e Alberto Angela), al docufilm, al documentario d’autore che riesce a vincere il Leone d’oro a Venezia con ‘Sacro Grá’, all’instant doc, al doc live, all’observational doc fino alla docufiction e alle molteplici espressioni del true crime. Tutto il mondo docu ha vissuto, insomma, un fortissimo cambiamento soprattutto in area internazionale con una sempre più stretta contaminazione con l’intrattenimento e lo spettacolo. Contaminazioni che valgono anche alla rovescia, per cui la fiction si alimenta di schegge di realtà: cartina di tornasole ‘Narcos’, la serie di Netflix sul signore della coca Pablo Escobar, che fa un uso smodato del materiale di repertorio.

Dal dramma storico ai geni del Novecento

In questo scambio di ruoli è accaduto anche che i grandi santuari americani del documentario come History e National Geographic abbiano messo un piedino nella fiction. History, com’è nelle sue corde, si è dato al dramma storico e, dopo il remake di ‘Radici’, si è buttato sui templari con ‘Knightfall’, mentre National Geographic ha puntato sulle menti geniali del Novecento e, dopo ‘Albert Einstein’, ha appena lanciato ‘Genius Picasso’ con il volto di Antonio Banderas. “Sì, è vero: è un momento molto gratificante per il reale ed è straordinario come questo genere di racconto riesca a innovarsi continuamente”, dice Sherin Salvetti, general manager di A+E Networks Italia che guida i satellitari History, Crime+Investigation e Blaze. Protagonista storica della non fiction tv e molto vicina ai documentaristi nostrani, Salvetti ha un occhio attento alla realtà americana incubatrice delle più avanzate metamorfosi e ibridazioni. “Il fenomeno che mi ha più colpito la scorsa stagione”, spiega, “è il documentario che diventa diretta. La realtà mostrata quasi senza filtro è un genere collaudato in area anglosassone che oggi ha trovato la sua forma estrema con ‘Live Pd’: la diretta minuto per minuto della polizia che pattuglia le strade delle città americane. Delle troupe, collegate a una sala regia, filmano gli interventi dei poliziotti trasmessi mentre avvengono con il commento di esperti. Lanciato dal nostro canale A&E, ‘Live Pd’ è diventato un caso di grandissimo successo in America”. Si muove all’altro estremo del genere ‘City of ghosts’, il docufilm di Matthew Heineman comprato per due milioni di dollari da Amazon, di cui si è molto parlato perché la città dei fantasmi è Raqqa finita sotto il terrore dei fondamentalisti. ‘City of ghosts’ – che Salvetti è orgogliosa di avere portato su History questa primavera – “appartiene al grande documentario d’autore, uno di quei rari gioielli che hanno la funzione importante di portare all’attenzione del pubblico, con una forza e un’emotività speciali, argomenti a cui ci siamo assuefatti”. Per fidelizzare il palinsesto, Crime+Investigation e History usano anche il prodotto docu italiano che, sottolinea Salvetti, “ha fatto passi da gigante: i nostri produttori stanno lavorando con linguaggi e stili sempre più contemporanei e di livello internazionale. Anche per la produzione factual si è aperta la possibilità di svilupparsi come in altri Paesi: mi auguro che la Rai partecipi a questo momento propulsivo investendo anche nel mondo del factual e non più solo nella fiction”. Crime+Investigation ha fatto conoscere il true crime al pubblico italiano con ‘Camorriste’, il docu più visto di sempre del canale, che intreccia vari piani di racconto e inserisce parti girate con attori e comparse napoletani, ingaggiati in ruoli molto simili alla loro stessa vita proprio per aumentare la verosimiglianza. Negli ultimi lavori si è invece scelto di non usare le ricostruzioni in linea con il trend americano. Per esempio, nello speciale ‘Delitti: Speciale Garlascó’: qui le tessere dell’omicidio di Chiara Poggi sono state riassestate con l’aiuto della mamma della ragazza uccisa. E così pure senza ricostruzioni è andato in onda ‘Scomparsi’ (il produttore è Raffaele Brunetti di B&B Film) con cinque casi di sparizioni, preceduti da uno speciale su Emanuela Orlandi raccontata dal fratello Pietro. La particolarità della docuserie ricalcata da un formato americano (‘La mia fuga da Scientology’) è di mettere alla conduzione non un giornalista o un personaggio famoso, ma qualcuno che direttamente o indirettamente ha vissuto lo stesso dramma. In questo caso, lo stesso Pietro Orlandi ha intervistato i familiari e gli amici degli scomparsi.

In Rai domina Angela ma si guarda alle storie civili

La Rai è nella partita? Storicamente il servizio pubblico presidia il documentario classico della famiglia Angela, un prodotto che, nel passaggio di testimone dal padre Piero al figlio Alberto, è stato capace di reinventarsi diventando colossal nell’immagine e nella narrazione, al passo con gli standard europei. Ne abbiamo visto un esempio magnifico nel programma ‘Meraviglie. La penisola dei tesori’ su Rai 1. L’altro segnale di un timido cambiamento è aver portato in prima serata su Rai 1 la docufiction di tipo civile. Tinni Andreatta, direttore di Rai Fiction, ha aperto una linea di produzione specifica, ma per il momento restano eventi episodici legati a una ricorrenza. Negli ultimi due anni sono andati in onda ‘Io sono Libero’, in ricordo dell’imprenditore palermitano Libero Grassi ucciso per non essersi prestato al ricatto del pizzo, e ‘Adesso tocca a me’ su Paolo Borsellino, interpretato da Cesare Bocci che ha raggiunto una share del 19%, un grande gol per un prodotto che costa un terzo di una fiction. I due titoli sono firmati dal team costituito da Giannandrea Pecorelli, produttore, e Giovanni Filippetto, autore e sceneggiatore, che preparano anche ‘Aldo Moro il professore’, altro docu in arrivo a maggio su Rai 1 con Sergio Castellitto protagonista. Rai Fiction ha anche aperto una produzione di docufiction per Rai3, che è la casa di tutti gli esperimenti un po’ più sofisticati di declinazione del reale. Ma l’impressione è che si proceda ancora in maniera poco sistematica. Lo scorso autunno è andato in onda ‘I mille giorni di Mafia Capitale’, a firma di Claudio Canepari, con la scrittura di Giovanni Bianconi, ricostruito sulla base di fluviali intercettazioni che hanno svelato le connivenze tra politica, imprenditoria e criminalità all’ombra del Cupolone. Autore, regista e giornalista, ex Magnolia, Canepari è il grande giocoliere, e anche inventore, della docufiction targata Rai, firmando nel 2003 ‘Residence Bastoggi’ che è stato il pioniere. Ibridando con modalità sempre diverse il materiale docu con la finzione, Canepari nel 2007 ha realizzato ‘Scacco al re’ sulla cattura di Provenzano, che è forse il suo esperimento più riuscito, mentre il più complicato è senz’altro ‘Mafia Capitale’, in cui le voci reali delle intercettazioni sono accompagnate da immagini tutte di finzione. Dopo ‘Mafia Capitale’, quali sono i progetti in pista? “Il nostro desiderio è aprire anche noi una linea di true crime”, afferma il direttore di Rai, Tinni Andreatta. “Ma non abbiamo ancora trovato un progetto convincente e prevediamo di mettere in cantiere un primo esperimento nel 2019. Per il momento invece abbiamo in produzione una nuova docufiction a tema sociale per Rai3 che annunceremo a breve. Il racconto del reale”, sottolinea Andreatta, “è un linguaggio potente che è utilizzato da tutte le grandi televisioni e anche noi vogliamo percorrere, sia nella versione più classica del docufilm sia della docufiction civile come ‘Borsellino’. Ma anche nel formato della docufiction di attualità seriale, che è quello che declineremo di più per Rai3”. Non potremmo chiudere questa carrellata senza accennare alla notevole produzione di documentari di Rai Cinema (130 titoli negli ultimi tre anni), da loro denominati film documentari o cinema del reale, che solitamente le reti della Rai ospitano in tarda serata. Fa eccezione ‘Il condannato. Cronaca di un sequestro’, cronistoria dell’agguato, del rapimento e dell’uccisione di Aldo Moro firmata da Ezio Mauro con la regia di Simona Ercolani e Cristian di Mattia e coprodotta da Stand By Me, che Rai3 ha portato in prima serata. 

Fonte: Prima Comunicazione