Ci è voluto un po’ per arrivare a questo punto. La Rai si è rimessa in gioco, ha trovato progetti interessanti, dato spazio alle novità. Prima è toccato a ‘Non uccidere’ con Miriam Leone, poi al ‘Rocco Schiavone’ interpretato da Marco Giallini. Quindi a ‘La linea verticale’ di Mattia Torre. Ora, finalmente, il passo decisivo. Arriva ‘Il Cacciatore’ (dall’11 marzo su Raiplay con i primi due episodi e dal 14 in onda in prima serata su Rai2), una co-produzione di Cross Productions e Beta con Rai. Il tema non è la mafia, né sono i mafiosi; piuttosto è la guerra che a un certo punto, dopo le stragi e le morti eccellenti, è scoppiata in Sicilia. Siamo nel 1993. I buoni da una parte, i cattivi dall’altra. La novità sta nel grigiore che li accomuna. Perché né i buoni sono totalmente buoni, né i cattivi sono totalmente cattivi. Li unisce l’umanità delle intenzioni e dei comportamenti: anche i mafiosi sono bravi mariti e anche i magistrati possono infrangere le regole. Questa è finzione. Nessun racconto documentaristico. Gli arresti sono gli stessi; pure nell’ambientazione c’è un richiamo preciso. I personaggi però sono tutti romanzati. Il protagonista, interpretato da Francesco Montanari, romano che si presta benissimo al siciliano, si chiama Saverio Barone: fa il magistrato perché vuole sentirsi realizzato. Si muove al limite della legalità. L’obiettivo, per lui, è vincere. Nessun eroe o santone.

Spazio alle novità

La regia, co-firmata da Stefano Lodovichi e Davide Marengo, e la scrittura rappresentano a loro volta una novità. C’è un’idea di fondo. Viene dal libro di Alfonso Sabella, ‘Cacciatore di mafiosi’. Ma poi se ne discosta. Diventa altro. Diventa intrattenimento. E più che alla tradizione Rai, questa serie si riallaccia a quella iniziata da Stefano Sollima con ‘Romanzo Criminale’ e ‘Gomorra’. Ammicca e cita ‘Narcos’ di Netflix. E visivamente e tecnicamente straordinaria. Gli sceneggiatori (Marcello Izzo, Silvia Ebreul, Fabio Paladini, Marzio Paoltroni e lo stesso Lodovichi) non si sono limitati a rileggere una situazione già nota. L’hanno rivista e rivisitata. Hanno fatto diventare l’antimafia un racconto pop. Hanno spogliato i magistrati della loro invincibilità morale, e hanno giocato sui temi. Solitamente, e anche un po’ scioccamente, si dice: questa serie, o film, non sembrano essere italiani. Qui il discorso è un altro. Perché siamo davanti a un vero e proprio punto di svolta. Qualitativo, in primis. Ma anche produttivo.

Fonte: La Stampa