«I network sono in guerra. Lo sono sempre, ma questa è guerra positiva per il pubblico e per gli autori indipendenti, veri beneficiari del conflitto: ne usciranno vincitori», dice Peter Baxter, direttore del festival di Slamdance e uno dei più stimati distributori di film indipendenti Usa. «La guerra dei network si sta trasformando in un’opportunità per i creativi». Ma ci sono anche vittime, e si cominciano a contare i caduti: soprattutto fra i network tradizionali – le “major” televisive – ABC, CBC e NBC, ma anche tra le cable storiche come la HBO. I grandi “vincitori”, insieme a pubblico e autori, sono le nuove realtà dello streaming che permettono “abbuffate” seriali: Netflix in primis, ma anche Amazon Prime, Hulu. Baxter si riferisce anche a quello che in queste ultime settimane è stato un tormentone a Hollywood: il passaggio dalla ABC a Netflix della creatrice e produttrice Shonda Rhimes, autrice e “showrunner” delle nuove serie di maggior successo in America e nel mondo (da Grey’s anatomy, a Scandal e Le regole del delitto perfetto ). Martin Scorsese ( Vinyl )ha lasciato HBO, Spike Lee è arrivato portando in dote She’s gotta have it e perfino il celebre conduttore di talk show David Letterman ha annunciato il suo ritorno dall’anno prossimo su Netflix. La mossa sul mercato degli acquisti da parte del gigante dello streaming (sono oltre 100 milioni gli abbonati a Netflix nel mondo), segue l’annuncio di un investimento di sei miliardi di dollari per programmi originali, una cifra senza precedenti. Netflix non rivela i suoi introiti, ma un rapido calcolo (10 dollari al mese di media per l’abbonamento per 100 milioni di persone) indica 12 miliardi di dollari all’anno. Quindi 6 miliardi rientrano comodamente negli schemi. I network tradizionali – sostenuti solo e unicamente dalla pubblicità – sono molto indietro, e sempre più fanno affidamento sui “reality” ( American Idol, Ballando con le stelle ,…) e i talk show (quello pomeridiano di Oprah Winfrey della ABC è ancora gettonatissimo). Hulu e Amazon ( Transparent, Mozart in the jungle ), diretti concorrenti di Netflix, cercano di tenere testa a quest’ultima con sostanziosi investimenti e ampi finanziamenti per serie e talent, così come HBO (anche solo il lancio della nuova stagione di Game of Thrones dà un’idea della dimensione dell’impegno: tutta Los Angeles Downtown paralizzata dal mega evento, neanche fosse stata la notte degli Oscar). Red Hastings, Ceo di Netflix, teme soprattutto la rivalità di Amazon Prime, costola dell’impero Amazon di Jeff Bezos: «Amazon fa paura, perché lo streaming è il vero futuro: i network tradizionali legati all’antenna e al cavo scompariranno, e nessuno sarà più soggetto ai gusti degli inserzionisti. Noi pensiamo solo a quelli del pubblico, ci siamo affrancati dalle regole che hanno dominato per decenni la dittatura di Madison Avenue – la pubblicità – a cui si è inchinata la tv. Netflix è libera, e così Amazon, Hulu e gli altri che verranno». Ma la disponibilità finanziaria di Amazon davvero spaventa. Sia Netflix che Amazon, oltre a fornire contenuto on demand, stanno dando molto spazio a cineasti e sceneggiatori con idee originali, spesso trasgressive. «A noi interessa tutto salvo che la tradizione e il “già visto”», spiega Ted Sarandos, direttore di programmazione di Netflix. «Cerchiamo di non ripeterci mai, pensiamo sempre al “mai visto prima”. Le idee originali, per quanto bizzarre, non ci spaventano, anzi. I network hanno paura delle innovazioni. E sono sottoposti a troppe regole. A noi nessuno dice cosa dobbiamo o non dobbiamo fare, che linguaggio usare. È il bello di una posizione totalmente fuori dai radar». Buone notizie dal fronte per creativi, registi, sceneggiatori, attori, dunque: c’è spazio (quasi) per tutti. Specialmente per gli emergenti, «perché Netflix», spiega Hastings, «è impegnata in una programmazione audace, fuori della norma. Shonda Rhimes senza pubblicità sarà un ciclone: una forza della natura creativa senza interruzioni pubblicitarie. E quello che voleva lei, è quel che volevamo noi». Dice Jeff Skoll, presidente della Participant Production (attualmente al cinema col documentario di Al Gore Un seguito scomodo e in produzione con il nuovo film di Alfonso Cuarón Roma ): «Sarà il pubblico a decidere i modi di fruizione e dunque la scelta dei contenuti: fine delle fasce orarie, delle limitazioni economiche – l’abbonamento a certe reti via cavo è carissimo – fine del ritmo settimanale delle serie: con lo streaming garantisce libertà di scelta e a da questa rivoluzione non si torna più indietro. La Controriforma non è data».

Netflix e Amazon individuano un potenziale immenso di pubblico. «Tra pochi anni miliardi di persone nel mondo guarderanno fiction e intrattenimento su tablet e smart phone», dice Joe Lewis, capo dello sviluppo delle serie di mezz’ora e dramma di Amazon Studios.

Il discorso si allarga anche ai film concepiti per “il cinema” (altro ambito che suscita dibattiti a non finire): «Se sei un autore e vuoi raggiungere un vasto pubblico, cosa preferisci?», conclude Baxter, «meglio avere il tuo film bloccato nell’inferno della distribuzione nelle sale cinematografiche per mesi, o lanciarlo in streaming? Anche se un film va e viene in fretta, perché è ovvio che una piattaforma online preferirà sempre dare più spazio a una serie. In ogni caso, per chi ha prodotto quel film, averlo fatto vedere è già un successo!».

Fonte: la Repubblica