Il signore delle fiction ha adottato la Sicilia come serbatoio di storie per i suoi set su boss ed eroi. Pietro Valsecchi, patron di Taodue, ha voluto accompagnare a Palermo, ieri sera al Rouge et Noir, l’anteprima di “Delitto di mafia. Mario Francese”, secondo film della serie “Liberi sognatori” iniziata con la storia di Libero Grassi e che proseguirà con quella di Emanuela Loi, uno degli angeli custodi di Paolo Borsellino. Personaggi che hanno scritto in Sicilia la loro storia di sangue e coraggio, e potenzialmente motori infiniti per ispirare cinema e televisione.

Valsecchi, la Sicilia è più che mai una capitale dei set?

«Sì, da Visconti e Rosi in poi la Sicilia è una terra meravigliosa per il cinema. Si può raccontare la mafia ma si possono anche raccontare uomini coraggiosi che hanno sfidato la mafia come Libero Grassi e Mario Francese: storie di grande etica, grande lavoro, grande coraggio. Noi vogliamo raccontare quella Sicilia. Ma anche quella del “Capo dei capi”, di Totò Riina, è una storia che ci appartiene. Nel bene e nel male in Sicilia c’è un incrocio di contraddizioni che va raccontato, è un osservatorio di storie meravigliose».

A chi contesta l’abuso di fiction di mafia in genere si risponde che è importante perpetuare questa memoria per i giovani. C’è davvero bisogno di un ripasso generale sulle vicende di mafia ormai consegnate alla storia?

«Posso dire che io per 1 mimo ho imparato tante cose da queste persone, Grassi, Francese e gli altri, che non erano servitori dello Stato, erano persone normali. Sono degli esempi da seguire e se così fosse oggi avremmo meno babygange meno bulli. Fare film di questo tipo è più importante di tanto cinema che si vede oggi. Grassi preferiva pagare lo stipendio ai suoi operai anziché pagare il pizzo, Francese era un grande giornalista che continuava a fare il suo lavoro con scrupolo, senza mai abbandonare i suoi valori, continuando a raccontare i fatti. E poi raccontiamo il clima di terrore nella settimana precedente la strage di via D’Amelio, con Emanuela Loi al fianco del giudice Borsellino, con le sue timidezze, le sue paure. Quando Borsellino la vede le dice paternamente: “E tu dovresti fare la scorta a mer. Sono storie di coraggio che hanno in comune la voglia di cambiare il mondo: non sono film sui morti ma sugli ideali, sono il racconto del nostro Paese».

II rischio è che le fiction sugli eroi dell’antimafia si assomiglino tutte: lei cosa raccomanda ai suoi sceneggiatori prima di affrontare certi personaggi?

«L’asciuttezza, il realismo, la verità, non essere mai retorici, restituire il clima, la sensazione di vivere dentro quelle storie. E poi raccomando di far venire fuori personaggi tondi»..

II rischio è che la Sicilia resti inchiodata a storie che comunque incrociano la mafia. Lei girerebbe una storia d’amore in Sicilia?

«Assolutamente sì, la Sicilia è un posto meraviglioso. Qui si possono girare tantissime storie, penso per esempio al “Commissario Montalbano” ma anche a Pirandello, Verga. La storia d’amore sì, ma bisogna averla»

In Sicilia oggi è possibile girare un film senza pressioni del ras di turno?

«Noi non subiamo pressioni quando giriamo in Sicilia. Le abbiamo avute 25-27 anni fa. Ora lavoriamo in serenità. Del resto sarebbe un controsenso pagare il pizzo quando si viene a raccontare chi ha combattuto il racket».

Le polemiche su “Gomorra”, sul rischio di emulazione, sulla mancanza di figure positive, sembrano ricalcare quelle divampate per “II capo dei capi”…

«lo non credo che “Gomorra” possa armare la mano di un ragazzino. Il problema è un altro, bisogna costruire una rete di operatori culturali per recuperare i giovani, creare dei centri di aggregazione giovanile. Bisogna presidiare il territorio per dare delle risposte quando la politica è assente» .

Fonte: La Repubblica – Palermo