Estate, vecchi frammenti riemergono dalle teche per la gioia dei nostalgici e dei curiosi. Come già sottolineato altre volte, questi programmi di «riciclaggio» nascondono tra le pieghe questioni teoriche molto importanti, stabiliscono nuove gerarchie «storiche», al termine di una sorta di selezione naturale. Se, per esempio, osserviamo come molto di questo materiale appartenga al genere dell’intrattenimento, forse è il caso di sgombrare il campo da alcuni equivoci riferiti all’oggi. Lo conferma una ricerca dal Ce.R.T.A. per Apt (Associazione produttori televisivi), la prima realizzata in Italia sul valore economico, occupazionale e culturale dell’intrattenimento tv. Primo equivoco. I broadcaster – e il servizio pubblico in particolare – sono sempre più delle media company a 360°, e ci sono certamente dei generi che non possono che essere realizzati internamente: le news, in primo luogo. Ma come la Gran Bretagna mostra bene, i broadcaster devono e possono diventare anche volano della produzione indipendente, e l’intrattenimento da questo punto di vista costituisce un genere molto importante. Secondo. La qualità non è prerogativa di un genere ma riguarda tutti i prodotti. Buona fiction, buona informazione ma anche buon intrattenimento. E la ricchezza di contributi esterni può essere un fattore cruciale. Terzo. L’intrattenimento ha un suo specifico «valore» (questa è la parola chiave della ricerca). Un valore certo economico su cui puntare, anche per ampliare l’occupazione e, in generale, lo sviluppo. Ma anche un valore culturale: si tratta di quella cultura «leggera», frutto della civiltà dello spettacolo, di cui ci nutriamo ogni giorno. Forse la qualità della vita di un Paese si misura anche dalla qualità dei modi in cui ci si diverte, ci si intrattiene, si ride e si piange. L’intrattenimento, come ci hanno insegnato Arbore, Fiorello e altri grandi del passato, va preso molto sul serio.

Fonte: Il Corriere della sera