«E poi c’è Cattelan», il late night show condotto su Sky Uno da Alessandro Cattelan, abbiamo detto tutto il bene possibile (giovedì, 23.10). Che il conduttore ha presenza scenica, sorretta da un singolare senso del tempo. Che è una delle poche trasmissioni generazionali (rivolta anche a chi non guarda più la tv ma si nutre di programmi stranieri scaricati sul computer). Che ci sono ampi margini di miglioramento, tanto per usare il gergo calcistico. Anche la 18esima e ultima puntata ha confermato le aspettative. C’era Danilo Gallinari, il cestita dei Denver Nuggets, con cui Cattelan si è esibito in lanci impossibili, presente Maccio Capatonda. Gallinari è tornato in Italia per la preparazione alle Olimpiadi (bisogna però ancora superare l’ultimo ostacolo). C’era Laura Pausini, più simpatica e più sciolta di quanto è sembrata nelle sue ultime apparizioni, in coppia con Paola Cortellesi. Si è sottoposta persino al giochino «Pezzo di nerd», una sfida a chi fosse più preparato sulle serie televisive americane. Tuttavia, «E poi c’è Cattelan» deve evolvere, non può restare in questo limbo. Ed evoluzione significa trasformarsi in appuntamento giornaliero, come i veri late night show. Ora che Sky ha ben due canali generalisti, ora che ci sono state tre stagioni di rodaggio, è assolutamente necessario fare il salto. Lo studio può anche essere meno sofisticato, il programma meno scritto, la gestione degli ospiti meno di nicchia, ma, come ci ha insegnato Renzo Arbore in maniera definitiva, è la quotidianità che sancisce questo tipo di intrattenimento, a metà tra l’intelligenza e il cazzeggio. Si dirà: il problema principale non è il programma in sé, ma il reperimento degli ospiti. Dopo un anno gli ospiti che meritano di essere invitati sono finiti (per dire, Fabio Fazio è costretto a recuperare Marzullo) e si finisce inevitabilmente nella ripetizione e nel già visto. Questo è vero. Ma il gioco vale…

Fonte: Corriere della sera