Non deve essere un momento semplice per Reed Hastings, né per il mondo dorato delle produzioni hollywoodiane in generale. Ma per Hastings, nello specifico, i recenti scandali sessuali che hanno coinvolto il gotha del cinema, hanno portato a una decisione drastica quanto giustificata: la chiusura anticipata della serie House of Cards, la punta di diamante di quell’universo di altissima qualità che sono le produzioni firmate Netflix e che di fatto hanno portato la piattaforma di streaming creata da Hastings nel 1997 sugli schermi «smart» di milioni di utenti nel mondo. Il motivo, ormai noto, alcune rivelazioni che hanno colpito il protagonista delle seria, Kevin Spacey.

Se le conseguenze non sono ancora ipotizzabili, la contro mossa però ha già un nome e un volto. Quello di Shonda Rhimes, genio assoluto della produzione seriale, strappata a suon di miliardi (la cifra ufficiale non è mai stata comunicata) alla rete Abc di proprietà proprio della Disney. A lei si deve la creazione di serie come «Grey’s Anatomy» o «Le regole del delitto perfetto», prodotti che hanno fatto entrare nelle casse del gruppo circa due miliardi di dollari. Che i contenuti siano al centro della strategia di Netflix non è cosa nuova: negli ultimi due anni i titoli a disposizione sono aumentati del 207% e le previsioni per quest’anno sono di investire 6 miliardi (contro i 5 dello scorso anno) per nuove produzioni originali. Una mossa che ha portato a un incremento del costo dell’abbonamento che passa dai 9,99 euro al mese a 10,99. Un solo euro di differenza ma che moltiplicato per 90 (e più) milioni di utenti nel mondo diventa una potenza di fuoco senza eguali tra le piattaforme in streaming.

E in generale della produzione: il 2017 è stato anche l’anno del debutto (non senza intoppi o polemiche) di Netflix sul tappeto rosso di Cannes. Che Hastings ora produca anche film fa indiscutibilmente paura ai competitor. Ma la strada ormai è tracciata.

Se Topolino resiste da quasi un secolo, un motivo in fondo ci sarà. E il motivo, forse, è la capacità della Walt Disney company di essere sempre un passo avanti. Per questo il mercato non è rimasto particolarmente stupito dall’annuncio della casa di Topolino, di voler creare una piattaforma svod per ritagliarsi una fetta in quel mercato che piace così tanto alle nuove generazioni 4.0 (e per arrestare in qualche modo il calo degli introiti dei canali televisivi Disney Channel e Espn).
Non solo. I contenuti saranno 100% «made by Disney». In esclusiva. Formula che ha un solo significato: i film Disney non compariranno più nella libreria Netflix. Certo, per il momento il divorzio Disney-Netflix riguarda solo gli Usa, ma quello che succede oltreoceano in questo settore di solito fa scuola anche per il Vecchio Continente. Del resto era ipotizzabile una mossa del genere da parte di Bob Iger, alla guida di Walt Disney Company dal 2005 (per dare un’idea del ruolo da lui svolto in questi anni basta un numero: +350%, l’incremento in Borsa del gruppo in dodici anni). Dal 2006 a oggi la società di Topolino ha acquisito Pixar, Marvel e Lucas Film, investendo una cifra vicina ai 15 miliardi. Senza scordare le recenti voci che vogliono Disney interessata alla 21st Century Fox di Rupert Murdoch.
E se le voci sono momentaneamente congelate, occorre sempre tenere a mente che nel perimetro dell’acquisizione, oltre a Sky ci sarebbe anche una quota di Hulu, piattaforma di streaming statunitense. Per rafforzarsi in questa specifica tecnologia, a settembre il gruppo è salito al 75% del capitale di BamTech (per 1,58 miliardi), specializzata proprio in questo campo. A rendere competitiva l’offerta Disney, il prezzo dell’abbonamento che sarà «decisamente più basso» dei competitor. Un dato questo che potrebbe in effetti rendere i due servizi in streaming non necessariamente in competizione, ma complementari.

Fonte: Corriere L’Economia