Una Rai che, insieme agli altri servizi pubblici europei, deve effettuare la trasformazione da broadcaster digitale in una media company nella quale coesistano l’ideazione, la produzione e la diffusione di contenuti che devono “nascere” adatti a tutte le piattaforme distributive. E’ l’asse di riferimento, nella quale sono individuati come leader la Bbc, la giapponese NHKe la canadese CBC, che contrassegna il documento che il Direttore Generale della RAI, Antonio Campo Dall’Orto, ha presentato al Consiglio di Amministrazione, intitolato “Gruppo Rai – contesto di riferimento e posizionamento competitivo”.

Il documento basa il posizionamento competitivo su sei pilastri:

– le news, con 24 edizioni al giorno dei Tg,

– l’intrattenimento, con oltre 6mila ore di programmazione;

– lo sport con oltre 17.500 ore annue;

– i film e la fiction con oltre 5.500 ore,

– la Cultura,

– i Ragazzi con oltre 2mila ore di programmazione.

Si tratterà di trovare nuovi formati, anche ibridi, per impedire che i pilastri scricchiolino, con la metamorfosi di un pubblico sempre più co-protagonista dell’offerta. La radio, il cinema, Internet. La Rai è leader – ma è l’unico gruppo con tre reti nazionali – con l’11,3% di quota di ascolto complessivo.

È, però, una Rai “vecchia”, anche se esperta: solo il 2% del personale a tempo indeterminato ha meno di trent’anni. L’8% ha più di 60 anni. Il 18% è tra i 55 e i 60. E’ uno dei punti deboli di un’azienda che vuol diventare media company, insieme all’anzianità dei suoi ascolti (fenomeno non analizzato nel documento Campo Dall’Orto). Ed è un organico che cresce: il gruppo Rai, nel 2015, supererà il 12mila dipendenti a tempo indeterminato (11.661 nel 2012) per l’assorbimento dei precari.

Fonte: Il Sole 24 Ore