Quali sono le sue impressioni sul decreto Franceschini?

Il testo è perfettibile, anche se va dato merito al ministro di aver rimesso l’audiovisivo al centro dell’interesse del governo e di aver creato un sistema più certo di interventi e di sanzioni. Come Apt abbiamo già comunicato le nostre osservazioni nelle sedi deputate, e mi auguro si possano fare degli interventi. Servirebbe a mio parere un’impostazione meno dirigistica rispetto a quella che sembra avere ora il testo, dando una maggiore libertà di azione ai produttori e ai fornitori di servizi media per individuare i generi su cui puntare maggiormente. Capisco la necessità di dare forme più certe di investimento al documentario, sul quale si investe pochissimo in Italia ma sarebbe opportuno lasciare una maggiore opportunità di azione in merito al mix tra fiction, cinema e anche intrattenimento, all’interno di una quota di investimento generale, il cui incremento (dal 10 al 15% le emittenti commerciali e dal 15 al 20% per la Rai) è comunque corretto e congruo. Così come sono descritte, le sotto quote riservate al cinema consentono minore libertà di investire di più sulla fiction e sull’intrattenimento. Inoltre, lato broadcaster, l’obbligo di trasmissione di film sembra andare contro la tendenza che vede la serialità diventare sempre più il genere premium (senza considerare che la produzione cinematografica in Italia è spropositata rispetto a quello che il mercato è in grado di assorbire).

Sembra che l’intrattenimento sia un genere dimenticato, di secondo piano. Anche il tax credit non lo contempla.

Non ho avuto questa sensazione. Anzi, ricordiamo che solo fino a qualche tempo fa il tax credit non era previsto nemmeno per la fiction e il suo riconoscimento è stato un grande passo avanti. Credo che sia inevitabile che, andando avanti, esso venga esteso anche a certe forme di intrattenimento. C’è poi un ulteriore elemento, di natura economica: in questo momento il monte complessivo a cui attingere è piuttosto ridotto (dei 221 milioni di fondi di crediti di imposta, 55 milioni spettano alla produzione di opere tv), pertanto non ci sono sufficienti risorse disponibili affinché il tax credit possa generare vantaggi, economie di scala anche per l’intrattenimento.

In effetti, pare più difficile attribuire all’intrattenimento quel valore culturale che può avere invece una fiction.

Sì, però anche lì è possibile cominciare a individuare quelle tipologie di intrattenimento scripted, che spesso vengono girate  con modalità molto simile a quelle di una fiction. Ovviamente, l’accesso a un eventuale tax credit dovrà essere riservato ai format originali italiani. Ci si scontrerebbe altrimenti con il progetto di valorizzare, un domani, l’intrattenimento autoriale, nato nel nostro Paese.

Potremmo dire che un conto è un quiz, un altro uno scripted reality. Il fattore discriminante potrebbe essere l’ormai abusato termine “storytelling”?

Possiamo dire così. C’è un ulteriore elemento da considerare e cioè la ridefinizione (cui si sta lavorando anche a livello internazionale) del significato del format, per chiarirne le tipologie e i meccanismi che ne consentiranno in maniera certa il suo riconoscimento. Una questione su cui vige ancora un forte regime di aleatorietà. Una volta ridefinite le fattispecie per il riconoscimento formale del format (a partire dal paper format e dalla titolarità dei diritti) probabilmente ci si potrà interrogare su quali possano essere le caratteristiche necessarie per accedere a eventuali benefici fiscali.

Fonte: Tivù