Estendere il tax credit, promuovere l’industria audiovisiva

Estendere il tax credit, promuovere l’industria audiovisiva

Nel 2011 il settore italiano dell’audiovisivo ha registrato un giro d’affari di 15,5 miliardi di euro e, come sottolinea il mensile Tivù nel numero di aprile, ha dimostrato di essere un moltiplicatore di reddito: per ogni euro investito in produzione ne ha generati ulteriori 3,25 sul territorio. Un settore importante nell’economia del Paese, dunque, ma gli incentivi che riceve dallo stato non sono omogenei. Infatti, se ormai da diversi anni il cinema beneficia di uno strumento utile come il tax credit, nulla di simile è riservato alla produzione televisiva. Uno degli ultimi atti del governo Monti è stata l’introduzione dell’obbligo di programmazione, da parte delle emittenti, di una quota minima di film di produzione italiana (le cosiddette “quote cinema”), ma non è stata prevista nessuna quota del genere a sostegno delle fiction italiane. Un paradosso che probabilmente affonda le sue radici nel pregiudizio secondo cui il cinema è cultura e la televisione no.
Eppure, altrove non è così: il governo britannico, per esempio, ha deciso di estendere gli incentivi fiscali, già operanti sul cinema, alla fiction televisiva, ai videogame e all’animazione. Si tratta di un intervento simile a quelli che in Italia vengono chiesti da più parti (dall’Associazione Italiana Film Commissions a Unindistria), in una battaglia a sostegno del settore che vede in prima fila l’Associazione Produttori Televisivi. “L’associazione ha sempre ritenuto che la distinzione della legislazione tra cinema e audiovisivo fosse impropria”, ha dichiarato il Presidente dell’APT Fabiano Fabiani a Tivù. “Le opere appartenenti ai due ambiti risultano del tutto assimilabili dal punto di vista artistico-culturale in quanto strumenti di formazione educativa, di identità culturale, di conservazione della memoria e mezzi di promozione del territorio”. Ed è sulla base di questa convinzione che l’APT continua a sollecitare sia le forze politiche, sia i ministeri competenti.
Da questo punto di vista, l’esempio britannico è doppiamente interessante: da un lato, guarda all’audiovisivo come a un’industria – e dunque punta non solo a sostenere le singole produzioni, ma a creare una massa critica di infrastrutture e competenze capaci di far funzionare il settore nel lungo periodo; dall’altro, non perde di vista il valore culturale dell’audiovisivo: è infatti proprio un “cultural test” a stabilire i criteri che consentono alle produzioni l’accesso agli incentivi.