In Rai c’è stato 33 anni, uscendone nel 2016 dopo gli ultimi anni alla direzione di Rai 1. A un certo punto però le strade di Giancarlo Leone e di Viale Mazzini sembravano fortemente sul punto di incrociarsi di nuovo, nelle settimane in cui bisognava scegliere con chi sostituire l’ex dg dimissionario Antonio Campo Dall’Orto. «È un’ipotesi circolata, ne eroa conoscenza. Ma l’azionista della Rai è il ministero dell’Economia con il quale non ho avuto contatti. Per questo, evitando di creare imbarazzi, mi sono chiamato ufficialmente fuori. E quindi ho fondato Q10 Media e sono presidente di Apt. La mia strada è altrove». La Rai però non è uscita del tutto dalla vita professionale di Leone che con la tv di Stato dovrà lavorare a stretto contatto nella sua veste di presidente dell’associazione dei produttori televisivi (Apt), nominato ad aprile in sostituzione di un Marco Follini che ha ceduto al richiamo del sacro fuoco della politica. E alla Rai ora c’è un nuovo dg. «Il ritorno di un giornalista autorevole alla direzione generale della Rai dopo nomi come Gianni Locatellio Biagio Agnes è un ottimo segnale per il servizio pubblico. Conosco Mario Orfeo e ne apprezzo la qualità e la chiarezza di visione», dice Leone, aggiungendo poi: «Mi aspetto da lui buone cose e mi auguro che nel mio ruolo non debba trovarmi a litigare con lui. Ma se necessario lo farò». Partiamo con una minaccia? Ma no, figuriamoci. Mi riferisco al fatto che siamo alla vigilia di passaggi importanti come il rinnovo del Contratto di servizio, da cui dipendono anche gli investimenti della tv pubblica in opere indipendenti. Su questo versante ci aspettiamo un impegno sempre più consolidato da parte della Rai che, non sfuggirà, è il volano per il cinema e l’audiovisivo italiano. Un’obiezione che si sente spesso: ma la Rai non potrebbe fare da sola, internamente? Sono considerazioni che nascono da un equivoco di fondo usato dalla politica o dagli osservatori meno attenti. In Italia il prodotto premium, che sia cinema o fiction, viene realizzato dai produttori indipendenti. Questo non avviene da decenni fra i broadcaster che sono invece ottimi “impaginatori”. Richiamare il fatto che un broadcaster possae debba produrre al proprio interno introduce un elemento antistorico. Piuttosto c’è un altro aspetto da considerare con molta attenzione. Quale? L’ultimo Contratto di servizioè stato scritto 8 anni fa, quando i ricavi della Rai erano maggiori. Diminuendo i ricavi sono calati anche gli investimenti in produzioni indipendenti, stabiliti su quote percentuali. Per la Rai il Tusmar prevede l’obbligo di investire il 15% del fatturato in opere europee di produttori indipendenti, a fronte del 10% per le emittenti commerciali. Il Contratto di servizio precisa che il 20% di quel 15% debba essere investito in cinema italiano ed europeo. In questo momento si dà il caso che debba essere varato il Contratto di servizio e riscritto l’articolo 44 del Tusmar. È un’occasione da non sciupare. Quindi chiedete una revisione delle quote? È già avviato un tavolo presso il Mibact e il Mise con broadcaster da una parte e Apt e Anica dall’altra per discuterne. Crediamo sia un’idea da considerare. Ma bisognerebbe ragionare in termini di opportunità e non di obblighi. Il know how dei produttori indipendenti può far fare un salto di visione industriale. E vale per la Rai come per gli altri editori. Da parte vostra è stato lanciato l’allarme un anno fa per la mancanza di commesse da Mediaset, con ogni probabilità legata alle tensioni con Vivendi. Vero. Ma ho letto con interesse le parole di Pier Silvio Berlusconi che nei giorni scorsi ha indicato una volontà di rilancio della fiction. Loro sanno bene che aprirsi al mondo della produzione indipendente significa aprirsia un mondo variegato e successful. Comunque sulla fiction Mediaset può fare di più. E Sky? Va dato loro atto di aver aumentato in maniera importante gli investimenti in serialità e documentari. Necessario continuare così. Sul Sole 24 Ore di qualche giorno fa lei lanciò l’allarme sull’applicazione dello split payment anche a Rai e Mediaset. Una misura che secondo voi vanificherebbe il tax credit. Vede speranze di un passo indietro? Abbiamo posto il tema a Palazzo Chigi con la consapevolezza che c’è il rischio di vedere vanificata la ripresa di un settore industriale italiano. Non sono in grado di prevedere gli esiti, ma sono convinto di trovare attenzione in Palazzo Chigi sul tema. Il caso Fazio è stato gestito bene o male secondo lei? Ci si sta perdendo in un discorso legato a un singolo, piuttosto che concentrarsi sulla necessaria riforma della Rai, a partire dalla governance visto che la legge attuale la rende incompiuta.

Fonte: Sole 24 Ore